IL DIRITTO DI COPIARE

Questo testo, ed in particolare il suo titolo, è una provocazione e allo stesso tempo un invito a pensare in maniera differente; è un modo di chiamare in causa una concezione culturale ed etica relazionata alla costruzione del senso e dell’associarsi; è porre al bando il postulato che “copiare è sbagliato” permettendo così di entrare nella logica del dubbio in cui si soffermano particolarmente gli adolescenti allo scopo di assumere un altro punto di vista, un’altra prospettiva che abiliti un cammino nuovo da poter percorrere.

Non si tratta di consentire “la qualunque” né di conciliare il giusto con l’errato.

Si tratta di porre l’attenzione, senza demonizzazioni, ad una pratica (e non ad un atteggiamento verso la vita) permettendo la possibilità di scrollare e quindi liberare la stessa da ogni risvolto negativo e tossico che gli sia stato attribuito storicamente e culturalmente affinché possa rimanere una azione che non sia considerata né come indebita né come sanzionabile ma al contrario come una strategia di apprendimento e risoluzione.

Si tratta di cogliere “nel copiare” la possibilità della sinergia, dell’incontro di visioni, della coincidenza delle opinioni, della ripetizione dell’idea riformulata, del comportamento, del sentimento, della proposta che emerge e brilla come nuova. Poiché, in fondo, non può che apparire nuova se la guardiamo dalla prospettiva della creatività individuale anche quando esisteva già.

La copia può essere, infatti, un punto di partenza per l’ispirazione o l’apprendimento e non solo un modo di ottenere vantaggi e benefici senza impegno o disimpegno proprio. Può essere un impulso a rompere inerzie paralizzanti, un dare valore ad un altro punto di vista, un posizionamento di disobbedienza, di ribellione, di ricerca e costruzione sociale ed educativa.

Il copiare è demolire un mito ed una paura socialmente imposta e religiosamente rispettata. Non esiste una copia pura poiché c’è sempre un’aggiunta tangibile o intangibile di colui che copia e, se lo rendiamo visibile e cosciente, magari, riusciremo a riscattare il valore positivo sia dell’atto di “appropriazione” dello stesso sia del suo cambiamento attraverso ciò che ha aggiunto o modificato per utilizzarlo.

Possiamo anche noi copiare qualcosa di ciò che succede nel Gioco per trasferirlo a ciò che accade quando si produce l’incontro educativo tra educando ed educatore.

Gennaio 2016 – Prof. Ariel Castelo – Direttore del Centro La Mancha – Montevideo, Uruguay

il gioco ci spoglia…

“Il gioco avvicina l’essere e l’apparire. Ci permette di cambiare e attraversare lo specchio, come Alice, entrare in un’altra realtà che non è finzione; dove comunque siamo noi stessi, soli e con gli altri, ma, sembrando altri, siamo anche quello che sembriamo.

Il gioco avvicina l’essere e l’apparire come due versioni della stessa persona, così reali e così vere ogni giorno e con le quali disegniamo la nostra maniera di stare al mondo. Per la maggior parte del nostro tempo siamo costretti ad allontanarci il più possibile dalla situazione di gioco, obbligati ad aderire quanto più possiamo a un modello di serietà che non è quello del conoscere, ad uno schema di rigidità che non è quello del rigore e a una regola di protocollo che non è quello del valore.

Così è scritto nei modelli culturali non scritti di una società fighetta, bugiarda e conservatrice che si oppone a “difendere l’allegria” (*Poesia Difendere l’allegria – Mario Benedetti) e per la quale è molto difficile riconoscere nell’azione del gioco una strada per scoprirla ed esercitarla senza pregiudizi, tabù e sotterfugi. Il gioco è un cammino verso l’allegria”

Liberamente tratto e tradotto dal testo: “Ludoponencia: El Juego de los espejos” intervento tenuto dal Prof. Ariel Castelo Scelza Direttore del centro “La Mancha” nel Luglio 2014 durante il dibattito internazionale Epistemologías del sur. Aprendizajes globales Sur-Sur, Sur-Norte, Norte-Sur. Coimbra, Portugal.- Traduzione a cura dell’Associazione Liscìa.

Il gioco degli specchi tradotto dalla Liscìa per intero